Cos’abbiamo da sfiorarci, ora
Nel martirio di questo fantoccio d’uccello
In ritorno al fiume, in rune espande, la cenere afflitta
Pupilla straziata in fuga dal sé alterato,
Riflesso nei barlumi stanchi d’un monile
Un accrocchio infelice di ninfee svanite
Si terrorizza e protegge nel luminare impurificato
Di voci di vestale in risalita da liquide vestigia
Cantando i rematori spostano il mondo attorno
E ottusamente immobili ignorano l’orco, spezzato
E i suoi cocci di bottiglia aguzzi nonostante gli oceani
Mutilato, una zolla di terra mi riempie i sospiri
Pane nella notte per i fornai irruenti
Impastato dall’osare il rinnegarsi, dall’odore dei cipressi
Contende al respiro il travolgere arroccato nel carsismo molle
Tenere i vuoti a tetanizzare i pugni
È oblio per l’intreccio geometrico
Delle nostre linee di fato, saggezza e vita
Quella dell’amore l’ho seguita ai suoi estremi
Dai montuosi confini orientali alle nuvole in fiamme sul corallo
Impeto, impeto da sussulti lontani
Un terremoto nella Cina delle nebbie ci scuote
Ed è vita negli scudi alzati contro le inesorabili salve
Delle vetrate d’ogni cattedrale, eruttate dai barbari e le loro azze
Il mosto che secca sulle scale non sarà dono
Per il munifico prigioniero dei castelli fluttuanti
Che tessono il loro tragitto tra banchi di stelle
Gioca con tre orologi ed un becco di tartaruga
Del cui cadere ritmico fa oracoli e liriche
Temono le sue guardie che l’ala di libellula possa commuuovere la sua pelle d’alabastro
È suo il mondo, ma l’unico che ha per le mani è quello che crea nel gioco
Sentì parlare l’eco d’un mercante di licheni, ed alghe,
E spera che un giorno si spingano nelle crepe della sua cella, che si facciano coraggio
E con il dito fruga nei crepacci che avvolgono la frescura d’una fessura su ombre inesauribili
Ahilui, trova solo la polvere delle stelle cadute nelle notti impercepite
Mosse in unicità dai cantichi logori di zelanti anacoreti
Che trascinano erodendosi sacchi di lettere in rovine proibite
In cerca dello stilita latente, ché possa leggerle al Dio
Nel consumarsi ultimo diventano sottili, come i fogli che come aratro trascinano
Eppure la loro marcia resta eterna
Le epistole son cuori dannati
E anime disperate, come zampe d’un millepiedi
Che si traghettano in tempi e spazi casuali
Tra le infinite combinazioni, una li turbinerà verso i viadotti su cui scorrono nuvole.
Ritrovata ogni fiammella, il Dio rinnoverà la Genesi
Adeguandosi ai numeri dell’esperimento
Soffiamo, soffiamo nella notte, e spingiamole poco lontano