Non essere mai abbastanza. Ci avete mai provato, voi, a non essere mai abbastanza? E no, non vi parlo di qualche volta, perché il mondo è grande e voi no, non lo siete, no: parlo di un letterale mai.
Vi portano che siete bambini in una casa che non è la vostra, e senza troppe cerimonie vi lasciano lì. Vi è mai successo? Sì che vi è successo, almeno una sera, attraverso i miei occhi.
Voi eravate tutti con me. Una folla silenziosa di anime, di cenere e cappucci a macinare scuse e perché. Ma io accecato dal faretto puntato nei miei occhi non vi sento, non vi sento, e vi supplico di uscire dalla vostra ombra e spiegarmi, di lasciare che anche io possa dissetarmi all’oasi delle vostre tenere, sterili ragioni. Quel faretto assordante, un presagio.
Sono sempre stato una star, sapete.
Era divertente prendere a pallonate quel portone, crepa di luce nel mio secondo uovo. Chissà in cosa non ero abbastanza per I miei veri genitori. Forse l’hanno fatto solo per proteggermi. Vi ho mai parlato di mio nonno? Stasera la città è in festa, e i droni a cui è comandato il divertirsi s’accalcano nel centro d’una muraglia di case per seguire le luci. Seguitemi, lontani da queste falene, ho una storia per voi. Ve l’ho dimostrato, posso sconfiggervi a qualsiasi videogioco. La tecnologia mi scorre nel sangue: mio nonno, capitano dell’esercito, è il progettista dell’armata elettronica nascosta tra le ombre del parcheggio mai aperto sul porto. “Errore di progettazione”, come no. Se non ve l’hanno mai raccontato, quei robot potrebbero ridurre in cenere l’intera Europa nel tempo in cui io schiocco le dita. Ma ovviamente non ve l’hanno raccontato, mio nonno lavorava per i militari, e questo è ancora un grosso segreto. Ora però è meglio andar via da questa panchina: un mio compagno di squadra mi ha raccontato che strane cose succedono in questo parco, la notte. Nemmeno i criminali osano nascondersi qui dentro, da quando hanno liberato dei conigli che hanno preso gusto per il sangue di noi umani. Se potete, evitate di passare qui vicino.
Scusate, comunque, dimenticavo di raccontarvi della squadra. Un giorno ero lì al portone a tirar calci, che passa un talent scout della nazionale italiana di calcio. Corre verso di me, ma è grasso e perde tutto il fiato dai larghi polmoni per evitare che io possa sfuggirgli, e da quelle labbra sconvolte e dispneiche mi grida senza alcune voce: “giovanotto, giovanotto, devo assolutamente parlare con tua mamma!“. Lì per lì pensai d’aver combinato qualche guaio e corsi via, in un passaggetto tra le aiuole che Francesco mi aveva rivelato un giorno: guarda, se provo a fartelo vedere da qui non vedi niente, tanto è ben nascosto. I denti di leone tenevano i conigli mannari lontani da quelle foglie. Mia mamma s’affaccia dal balcone preoccupatissima – conosce la mia indole (e fama, se permettete) da combinaguai – e chiede scusa al signore, per principio, per abitudine. “Ma quando mai signora, vostro figlio è un genio con il pallone!”. Ma mia mamma ci teneva alla scuola, e all’educazione – sperava ancora che potessi seguire le orme del nonno generale – e come compromesso scegliemmo di ripiegare sulle giovanili della squadra di calico della mia città. Ma ci pensate? Campioni da giovani in due sport. Un altro esempio del non essere mai abbastanza.
Ed è allora che scopro di avere ancora un altro talento. Ma nel frattempo, succede qualcosa: Chiara.
Chiara ha una storia ancora più drammatica della mia, ma non si è mai arresa, non ha mai lasciato che la vita si arrogasse il diritto di condannarla ad una prigione di malinconia e pena. Chiara è bellissima, tanto bella quanto la sua storia non lo è: per me, la donna più bella che un uomo abbia mai tenuto tra braccia e occhi. E Chiara è mia. Mia mamma è spaventata dal suo passato, dal suo non appartenere ad alcun confine, ma non ho bisogno più d’alcun muro per essere a casa. Io e Chiara passiamo l’intera estate a raccontarci l’anima nelle notti umide, abitando su panchine di vernice persa, capanne di dita intessute con l’ansimare delle stelle, ed occhi innamorati. Da piccolo ho volato su un caccia insieme a mio nonno, ma non mi sono mai sentito così tanto tra le nuvole come quando sono stato vento tra i sospiri di Chiara.
Si avvicina l’inverno. Come uccelli, migriamo, ma verso il nord. E come uccelli costruiamo un nido, ai piedi d’una montagna. Lei è nata da un sogno, e noi ne abbiamo uno. E se Chiara mi ha insegnato una cosa, ragazzi, è che i sogni ci sono stati regalati per dirci cosa fare per averli tra le mani. Ma sogniamo in grande, e i nostri sogni scomodano i poteri forti. Qualche vecchio nemico di mio nonno ne approfitta per tirargli un colpo basso al colonnello ora che è fragile, debole. Mi incastrano per spaccio internazionale. Ah! Noi star abbiamo una vita sregolata, non lo nego, ma io ho cercato di essere sempre un esempio per i miei fan. Ma non posso farci nulla, e finisco in galera. Io non ne sono proprio in grado di essere abbastanza, ma a quanto pare per il giudice le accuse lo erano. Povera Chiara, penso ogni giorno a lei, al nostro sogno, e al mio futuro. Cosa farò uscito di qui? Non che i miei fan abbiano mai smesso di amarmi, ricevo di continuo lettere, fiori, regali – al punto che all’inizio gli altri detenuti mi detestavano, d’ogni colore per l’invidia. Ma condividendo con loro la mia fortuna li ho conquistati tutti. Mi hanno promesso almeno cinque lavori, ma no, non posso abbandonare il nostro obiettivo.
Quando esco, Chiara mi aspetta con delle valigie. Il tempo, al contrario di me, sembra non essere mai stato tentato dal darle un bacio. Sembra che mamma non stia troppo bene. Siamo entrambi oltre i quaranta, ma sembra che dal nostro amore non nasceranno mai altre mani da tenere. Stringiamo forte le nostre mentre saliamo sull’autobus.
Torniamo giù per qualche giorno. Provo a radunare il gruppo per un’altra sera insieme come succedeva ai bei vecchi tempi, ma siamo tutti sparsi in giro, e perfino la piazzetta dove ci incontravamo è stata distrutta e ricostruita, senz’anima – un altro scempio urbano in nome di regole buone per gli interessi dei soliti da arricchire. I pochi “amici” rimasti pensano solo a come approfittare della mia bontà d’animo, da loro giudicata ingenuità, stupidità. Non ci metto molto a ricordar loro che ora è ancora meno difficile per me sguinzagliare brutta gente alle loro calcagna, che forse io in persona ora sono brutta gente. Ma con tutti i suoi episodi, forse questo viaggio mi ha fatto vedere qualcosa che ho cercato a lungo di nascondere: il me innocente di un tempo è davvero andato perduto tra l’andare a fondo e il riaffiorare del vivere. Vado dai robot, freddi. Non possono ascoltarmi, ma, almeno loro, loro che sono sempre stati abbastanza per il loro compito, non sono cambiati.
Con mamma in ospedale, Chiara è potuta entrare per la prima volta a casa. È la prima notte in cui la vedo voluttuosa sul mio vecchio lettino. È una notte agitata per me. Mi alzo, e vado ad affacciarmi al vecchio balcone. All’apertura dell’anta seguono uno schiocco ed un crepitio. Calcinacci cadono e ritornano verso l’alto come una nube di polvere giallastra. La casa non se la passa bene, come mamma. Probabilmente sarà meglio venderla e chiudere con il passato una volta per tutte.
Comincio a tornare verso la pelle algida di Chiara, e passo, nudo, davanti al mio vecchio specchio. Ci sono ancora delle figurine attaccate, con calciatori in pose plastiche da κοῦρος. La cameretta sembra essere un santuario per il culto di ciò che ero prima di farmi ramingo, martire ed eroe. Mamma non ha mai smesso di pensarmi ed amarmi, e non ha mai trovato il coraggio di dirmelo, povera donna. Muovo i miei occhi dalla mia mente verso il vetro immacolato e coperto di polvere dello specchio. Il mio corpo ha smesso di essere quello della persona che abitava in questo posto, che a me ieri s’è presentato come straniero: una lunga barba brizzolata, un comodo pancione, frasi di rughe a cullare e tranquillizare gli occhi. So cosa c’è custodito tra i meccanismi di quegli assi di legno, e sono tentato dall’aprire questa porta, dal farmi rapire dallo sfolgorio di un passato che in tutti i miei pellegrinaggi è stata la pelle che ho indossato con più orgoglio. E anche stavolta non mi guardo negli occhi allo specchio, non ne trovo il coraggio, e continuo a pensare di non essere mai stato abbastanza, ma molto, molto di più. E li chiudo questi occhi, mai stanchi e sempre innamorati, e torno, emozionato, davanti a migliaia di persone, con gli stessi occhi chiusi prima di cominciare lo spettacolo; torno ad essere il re.
E voi, siete mai stati re?