Sarılma

È onda rossa di volpe in fuga
Nei marosi campi arati a vento
Fresco, di onda rugginosa, cupa
A scorrere il torbido cemento
E far mille passi, portati a vela
In frenesia minuziosa, di piene
Zuffe d’oche e canestri murati
Ai lumi di fango, scherzosamente pestati
In volo il braccio avrei dovuto darti.

Sono sempre ai limiti, girato altrove,
Alla campanella, al confine, al ritorno;
Del drappo che m’incuba, mai son spoglio.
Tiene distanza, riserbo, amnesia; fa mistero.
Mi piacerebbe sentirmi vivo, ma in furia,
M’anticip’ogni volta al vuoto;
Quando questi al mio uscio di sé fa nunzio
Nocchiere dei vili Rimpianto e Rimorso,
Da dargli non ho che un poema attorto
Sul volto ch’indossava nella mia mente
Quand’egli da me, era ancora assente.

Le Nubi di Magellano

L’escissione di un cancro
Ostracizzata eclissi’n dominio
Ad arroganti spoglie tramontine
Se di morte t’è poesia
Trauma a proposta d’uranico intrico
È mite impasto tremebondo, e via
Deliri e moine di foglie piante;
Stanno, le stelle in pena.

Notte novella, di luce nuova alle porte
In perenn’assenza di respiro da snudare

Wind Over Matter

I’m unperturbing motion
Lingering in solipsism
As if my veins carried time
And in the prose of red wine
My volatile roots find echoes
Of corrupted waters
Of malignant soil
Dazed in the turmoil
The weight of the crowd
Does not tip the scale
Only the searing voice
Speaks the harrowing truth
To the orating listener
Self-taken to court,
Self, taken to court.
By the prayed wind God’s kiss
Carrying pirates’ ship to port
The captive pilgrim was saved
For the kind world’s never
Unwavering in raising a seed
Craving to escape the nether

FINNTERSTELLAR

It was a lazy Sunday
With nothing on TV
When Finn’s mom tried
To discover and see
What the blue skies hide.
Finn, who was merrily passing by
Was struck, amazed, in awe
He couldn’t believe his eyes!
“Mom!” he said “There I want to go!”
And so, behold! It’s about to begin
The magical cosmic adventure of Finn

Era una domenica di noia,
Nulla passava la tivù,
Quando la mamma di Finn decise
Di vedere cosa il cielo blu
Nascondesse nei suoi reparti.
Finn, che passava da quelle parti
Rimase colpito, allibito, folgorato,
“Mamma!” disse “voglio vedere questo posto fatato!”
E così iniziò, senza dubbio, senza paura,
Di Finn la tenera cosmica avventura

Cataclysm [(ZL2kT)]

To write is never easy
When riding the night steeds
Scrunching pins exorcise,
Tapping sable prayer beads,
Squared, from demonic souls
Which go, out of control
Surrendering their reins
On snowridden, torpid plains.
There, plumed northern shamanbirds
Play with forbidden ruinmaking words

Les asturies lay barren
Ungrown details plucked
One by one, by a dim heron
Unfolding’ts petals in twilights.
Shadows from structure remain
A feeble Saint, once a cogent thane
Hastly drags a long, straggly chain,
On these lands with no pleats
Wishing for an obdurate end
To his misery, or to this day
To close curtains on the ballet,
Or navigate with caustic stars

Elvis the turtle has no spine
Overtingled from gospel chants, it snapped
Brokennecked, with a dangling beak,
Sulfursipping goes mumbling a shriek
Memorised from banshees, sirens
Of parkings lots the vitric tyrant
Shatters from cries going unbent

So I go, looking for who-I-am-not
But if I learn it’s all for naught
For when in walnut walled skies
To myself I open eyes
It’s the void I stare


Calling

Principio 2: Se non hai un piano, agisci tenendo gli occhi aperti. Un segnale salterà fuori. (UFM-3)

Principio 2: Se non hai un piano, agisci tenendo gli occhi aperti. Un segnale salterà fuori.

A venti minuti dal coprifuoco, bardati come esploratori in un invernale incubo Siberiano io e Corot tradiamo il tepore del salotto, e con i cagnetti ci avventuriamo per la Strada.
Corot oggi ha portato una delle due bestiole fino ad un’apicale Chiesa.
Le chiedo se abbia mai visto dei cestini, lungo la Strada, e lei mi dice che nel tornare dalla sua avventura ha sceso l’intera collina cercandone uno cui far dono d’un ricordino di sua pelosità, senza però vederne alcuno.
Questi piccoli inidizi rivelano come sempre più convincente il sospetto che la Strada non sia vista come ambito comune, ma come atto di fuggiasca transizione.

Le chiedo questo mentre siamo nell’ampio spiazzo (ho sempre detestato la parola ‘spiazzale’, suona così sgarbata!) sotto casa. La forma dell’assenza mi fa sorgere un dubbio, che il saggio Vindef mi fuga prontamente. Sì, prima un palazzo aveva radici in questo parcheggio, e corpo nel suo cielo.
Proverò a trovare altre informazioni su questa non-più-casa. Che semi ha disperso? Che fantasmi abitavano i suoi rami?

Nel chiedere a Vindef informazioni sul vuoto guardo il macilento marciapiede che timidamente rimugina al bordo del nulla.
Si potrebbe espandere, si potrebbe ricoprire di verde, le panchine scolorite potrebbero essere aggiustate; i muri scrostati e marci potrebbero rifiorire ricoperti da murales dai colori vibranti, piccoli inviti quotidiani all’arte, alla bellezza. Si potrebbe trasformare un’opera di land art operante pragmaticamente una discussione sullo squallore urbano, in uno spazio di serenità e, in un futuro non troppo lontano, interazione.
Perché non farlo? C’è abbastanza spazio per le macchine, e per gli umani. Magari un giorno avremo abbastanza biciclette da reclamare l’intero rettangolo. Fino ad allora, la simbiosi sembra una strada più allettante, ed elegante, del farsi da parte e capitolare.

Da fare:
• Capire quale sia il processo per richiedere l’installazione di un cestino per i rifiuti (il cestino dev’essere standard o può essere artistico?);
• Trafugare storie dal passato sulla non-casa;
• Trovare il modo di avviare una conversazione sul dare nuova vita ad un marciapedi fatiscente;
• Capire se, e come, sia possibile aggiungere nidi per api solitarie agli spazi cittadini (ad esempio: https://oxfordplanbee.web.ox.ac.uk/home )

Principio 1: Ogni cosa trova una voce (UFM-2)

Principio 1: Ogni cosa trova una voce.

Le pozzanghere ti raccontano dove l’acqua non ha vie di fuga.
E laddove l’acqua rimane irretita un piede può far lo stesso.
Chiediti: è d’abbandono, o passione amara questa ruga?
In che modo le forze del mondo han l’asfalto depresso?
È il declinare dei bordi dolce, o in un affrettato recesso
Il corso corvino vien sottinteso mentre s’asciuga?

Tombini otturati, buche, avvallamenti, ferite malsanate, cicatrici, e spacchi.
Con le pozzanghere la strada spiega ingenuamente al medico i suoi acciacchi.

Un flâneur minimalista (UFM-1)

Ho due nomi. Metà del mio Universo mi conosce con uno di questi due, l’altra metà (chi l’avrebbe mai detto?) con l’altro. Vale la pena riportarne nessuno.

Ho vissuto la prima ondata di COVID-19 in un altro paese.
Un paese con restrizioni meno severe, con strade più segrete e larghe, capaci di accogliere facilmente i deambulanti ripudiatori d’umano contatto, e le ampie tracce del loro curvilineo scartarsi.

Ora mi ritrovo a vivere la seconda ondata nella casa in cui sono cresciuto, che – e rimango sorpreso nel pensarne in questo modo – chiamare mia sembra esagerato. Trattenuto dalle elezioni, da un regista, da un dentista, dalle tempeste che mi dispiaceva abbandonare.
Trattenuto da molte cose, prima che il mondo facesse il trattenersi l’unica scelta sensata.
Viaggiare in questi giorni rappresenterebbe un insensato muoversi tra clausure.

Da ieri mattina siamo in zona rossa. Significa che la situazione è, pesantemente, critica. Ma questo già lo sapevate.
Significa anche molte altre cose. Tuttavia, il continuo mutare di restrizioni, imposizioni, informazioni, paradigmi e leggi m’ha dato allergia all’interessarmene.
Per coerenza di messaggio, per umanesimo, per coscienza, e per vaghi sentori, l’unica legge da rispettare m’appare uscire solo se strettamente necessario, e mai, mai, andare troppo lontano.
A marzo ero in America. In questi giorni oltrepassare il sacro confine dei 200 metri da casa m’appare un’esagerazione, un’aberrazione; un atto inaudito, e, forse, addirittura ignobile.

Da queste premesse, questo ‘progetto’.

Voglio cambiare il mondo. E adesso questo piccolo cerchio si prospetta e mostra come unico aspetto del reale. Cambiare il mondo, per le prossime settimane, equivale ad indurre un mutamento in questo circoscritta mappa. Percepirne gli orrori, le sue intime colpe e portare una comprensiva, gentile, assoluzione.
La strada che ho passato 25 anni ad osservare dalla finestra di camera è adesso l’importante continente di un nuovo, anomalo, cosmo; e i suoi invalicabili oceani son case.
Rinnovate geografie esigono nuove esplorazioni, richiamano opportunisti, avventurieri, nomadi.
Quello che è stato meramente spazio per raggiungere altro s’è espanso nel presente fino a totalizzarne l’ordito.

Stanotte ho provato a pensare intensamente, insistentemente, al cambiamento in questo posto.

E la realizzazione, triste, è che probabilmente ci siamo un po’ tutti arresi ad una sua idea di futilità.
Di ostilità, di transitorietà, di ineluttabilità dei suoi vuoti e dei suoi grigi.
Ci siamo arresi a pensare che piantare alberi possa disturbare i piani dei magnanimi spargitori di parcheggi. Ci siamo arresi a pensare che gli spazi comuni ci saranno eventualmente sottratti, e che rimpiazzare panchine piegate e piastrelle spezzate sia un esercizio urbanistico superfluo, vano: uno spreco di già limitate risorse. Ci siamo arresi a pensare che il colore, l’arte, la colletivizzazione e condivisione degli spazi, e delle esperienze, siano uno scandaloso abuso di quanto ha da essere di nessuno.

Ed ecco, l’idea di essere un flâneur minimalista, con un piccolo scopo.
Ogni giorno, il perdersi in una tenue esplorazione, ed il riportarne un centinaio di parole.

Uno spazio esiguo, minuto.
Da conoscere nuovamente.

E voi quanto sentite vostro il vostro ‘cerchio’?

8a0303

Persa è la città
Uffici di maltradotta ironia
Espugnano’l dolente massacro
In fameliche voci adolescenziali
Affannosamente accecato
I marci ranghi di pietrisco serrato
Non taccion più di passi
Raccolti in serraglio esiguo
Ch’impeto non de’on aver certo
D’ognissanti, omaggi premono
Floreale minuzia d’intenti.
S’annuncian gravi danze.

Persa è la città
Infedele a mill’astanti
Reclamati pneuma e anima
Assillo dei suoi fumi,
Gioielli volte ferriche
S’impegnaron mai
Decapitati, al collo
Cigni di Modigliani
Innevano lacustre nartece
Sibili e schiocchi
Pei penitenti’n ombra
Mi son detto tuo
Errando per frontiere.
Del labirintino cavo
Arazzata topografia
Non virtù da nocchiere

Persa è la città
E le sue familiari fiamme
S’incupiscono ritte
A osservar collerico calare
Ne’ ghiribizzi atriali
A tre lobi sospesi
Il grammofono rumora
Spirali da coprifuoco
Malvagi cenni di collera
Rialzan grumi sprangati
Arsenico nuvolare malva
Ciprie incoprenti, karmicamente
Buffe matrone cinerine
Saltellan’in necropoli

Persa è la città
Contemplazioni da balcone acromo
Conducono e ledon molli
A cognizione ch’è poi tormento
Metallurgiche strade
Non più vie asperse
Bensì trombi assorti
L’fervido emanarsi
Non cesella rimorsi
Ma dà sollievo ai morti

ilo(st)

I have seen your foot cracking leaves
And I have seen your words
Touching a brook, kindling no waves
And I have seen lost in pure mornings
Their perfect mirror in a gaze
And then, from strawberry clouds,

The sun


A different sky lies in you;
A trembling kite, lost, is my mind,
You’re the child, the sky and the wind;
I can see your soul as a distant storm,
And you run, and you turn, and you blow
With blades of whispered grass, you cage it
To never let that dark glimpse grow

A different sky lies in you,
An inverted one: blue
‘s tinged the veil dismissing see-through
And when the high waves reach the bay,
As the moon does you move your ocean
And look away

This poem is the updated form of one from the cold, bright days of January 2017 – probably the one that made me truly fall in love with the craft of writing them. Thanks to A. Maione for saving it from oblivion – soon thou shall receive one too!

For the curious, the original was:

I have seen your foot cracking leaves
And I have seen your words
Touching the water and making no waves
And I have seen your eyes lost in a pure morning
A perfect mirror, a perfect circle
And then, from your strawberry clouds, the sun
A different sky lies in you;
A trembling kite, lost, is my mind,
You’re the child, the sky and the wind;
I can see your soul as a distant storm,
And you run, and you turn, and you blow
With blades of grass and whispers you cage it:
What’s the point in letting that dark glimpse grow?
A different sky lies in you,
An inverted one: when it’s blue
You’re not really seeing through
And when the high waves reach the bay
As the moon does you move your ocean
And look away