Lettera 5

Should I?

You were there on that 31st of June and this seems pointless, but are there other ways to heal?

Ci vestiamo del suono della pioggia, la cui conversazione a tratti interrompiamo per scambiarci conoscenza di cose arcane, dimenticate, idee d’anime cresciute dentro cuori abbandonatisi al caos che soffiava dall’interno [l’equilibrio barogravitazionale delle stelle – c’è vita se (e solo se) nessuna delle forze in gioco prevale], e poi riprende, filosofa stoica e bambina cieca e incerta, dal passo privo di libero arbitrio – Erasmo fissa le gocce posarsi sul vetro di una bottega di Venezia: l’acqua lo circonda, lo cinge, lo bacia e lo annega; non lo sa, forse può intuirlo, ma ognuna di quelle minute scintille, rosse come la fiamma che le fa verità imminente, è costretta a seguire un sentiero ben preciso tra le valli di gravitazione ed i capricci dei punti di minimo energetico, e il vento, e i suggerimenti della tensione superficiale e la follia quantica, e tutto il resto che si agita per le intricate linee disegnate dagli elementi in metallo sulle finestre, strutturali, dalle strade sul suolo, dai palazzi negli spazi, dalle vene sotto la pelle, dalle mie carezze sulla tua pelle che profuma di fiori, in lotta con la geosmina sollevata dai sentieri per cui vaga un Corto Maltese, nei vicoli o nella notte, ma non è la stessa favola di Desiderio che tanto amava l’idea di libertà di essere corruttibili e corrotti, e perciò sta come menzogna alla sua idea, come nelle architetture di un Dio orologiaio ma non scatto di molla e d’ingranaggio d’ogni istante – e c’è un neon azzurro intermittente perché prossimo all’ombra imperitura e il tuo viso azzurro come i tuoi occhi, nuove geografie: uso sempre le stesse parole, le stesse immagini, riarrangiate in miriadi di combinazioni diverse come le carte e tutti gli atomi dell’universo, e quanto ha senso che questi ultimi in docile attesa per miliardi di anni non abbiano pianificato altro che renderti notte ed oceano su un balcone in periferia in una notte inquieta di tempesta che stringe tra le sue dita
viscose i tuoi capelli e li spinge giù sul tuo viso – mi aspetto che tu apra la tua mano destra e guidi dolcemente via le dita della mia mano destra dal dorso della tua per allontanare quegli intrecci Midaici dal tuo viso, ma tu sei altrove, dall’inizio della serata, del mese, della mia vita, del mondo e di quanto c’era prima, con lo sguardo perso nel vuoto, la tua iride liquida che cerca la vacuità del neon spezzato dal sasso d’un ragazzino incapace di comunicare ed incompreso – un’intera trilogia dell’incomunicabilità non sarebbe sufficiente a raccontare il suo dramma – e gli dona nuovamente vita e colore cedendosi, immolandosi, non nella maniera cristiana ma attraverso la coesione e l’impianto, la sostizuione, il parassitismo, l’arte del burattinaio, proprietà che della creazione di te che porto dentro è armoniosamente caratterizzante, portatrice di gioia, di nuove parole, di nuova ispirazione musa d’una ricerca eterna e del fermarsi un istante a contemplare, costruire ed emanare; ma non sei davvero altrove: è solo in me che esisti, reale mai stata; prima una tela bianca si cui ho imperfettamente disegnato la perfezione poi puro pigmento che ho raccolto nella forma di particolato in sospensione nell’aria non intenzionato a concedersi al suolo per evitargli il fato di diventare ignota polvere e con cui ho colorato la mia faccia, una linea continua partita da un punto insignificante che ha ricoperto ogni traccia del mio essere ed esistere, dita sporche che dipingono apotropaicamente entità rupestri e protodivinità tribali: c’è ritualità ma non un rito, tutto è assente e non sei né forma né sostanza ma azione, moto, connessione, non il pietrisco tra le colonne e le tombe arboree d’un bosco ma la paura negli occhi del cerbiatto che vi cammina, e la paura si fa pipistrello, Camazotz re d’ognuno d’essi e divoratore d’Hunahpú, a cui vanno sacrificati figli su pire nottilucenti come nel terrore d’Abramo e non ho figli se non i miei pensieri, e ad uno ad uno pianto pugnali nei loro cuori, aspetto che si facciano ombre effigi di te e poi li adagio sulla catasta di ramoscelli cinerei come folgori nel blu per colore e sinuosità e li rendo tuoi e sento il loro crepitio e m’è caro questo tuo parlarmi nonostante ormai non ci sia più nulla da dire, e forse dovrei smettere di parlare e dare retta al tuo silenzio e a quello della pioggia,

ma non riesco a mettere un punto

Lettera 4

Mi scrivo da un aereo per l’Irlanda.
Quando ci siamo alzati in volo da Stansted ho visto dei fuochi d’artificio in lontananza. Verde, giallo, rosso; la prima volta da quando sono in Inghilterra.
Terra di silenzi e assenze.

È la prima volta.

Viaggio senza qualcuno al mio fianco, senza qualcuno pronto ad accogliermi, o attendermi dall’altro lato.
Straniero, in terra straniera.
Questi vuoti sono paradossali, o forse no.
Meno so di essere causa di preoccupazione per qualcun altro, più la preoccupazione in me cresce. Che senso ha?, mi chiedevo inizialmente: nessuno da deludere, nessuno da lasciare senza mie notizie, con tutte le infinite proiezioni più o maggiormente tragiche che questo communication breakdown (inglesismo mutuato solo come inchino ai Led Zeppelin), nessun pescatore da lasciare alla deriva nella nebbia di me, creatura notturna accecata dalle lampare e perciò in perenne fuga tra grotte, scogli aguzzi, baie segrete.
La variabile nascosta si rivela essere l’ultima cosa che avevo preso in considerazione:

me stesso.
Non può farlo direttamente, ha davanti a sé tutto il resto del mondo in fila, e perciò deve trovare il modo di parlarmi.
Si avvicina alle lampare, facendo attenzione a non far insospettire uomini e donne di mare – non uno scricchiolio del legno, non un’eccitazione dell’orchestra equorea, e ci si mette a giocare facendo ombre cinesi.
È l’ombra che giunge ai miei occhi; ombra delle mie mani, plasmata come lo è l’argilla del colore del sangue antico da un artigiano.
Alzo il pannello che copre il finestrino.
Siamo in una nuvola blu.
Mi aspettano due notti in aeroporto.
Spero di trovarci qualche storia interessante (non datemi del neo-beat, per favore).

 

Vorrei chiudere qui questa pagina di diario, e scrivere l’ora come faccio di solito, ma c’è una nocciolina di troppo.

Facciamo un passo indietro.

Nel posto dove studio la fauna non manca.
Le domeniche, quando la gente e i suoi rumori sono ben lontani, si possono vedere saltellare tra le foglie d’erba leprotti, cerbiatti, pingui scoiattoli e persone disperate che cercano di convincersi a lavorare.
Ma laddove i mammiferi sono un dono per i giorni di quiete, la fauna avicola, forte delle sue capacità di fuga e disimpegno non si cela in alcun giorno; anzi, passa le ore a rumoreggiare vivace.
Fagiani, temerari guerrieri che beccano chiunque gli capiti a tiro quando hanno dei pulcini da difendere, colombacci, la versione grassa e posh dei piccioni cittadini, corvi, cornacchie.
Forte della conoscenza della capacità dei corvi di ricordare i volti umani e di assegnarvi un’idea, positiva o negativa, ho decidso di farmeli amici, proprio come la versione un po’ dark di una principessa Disney o qualsiasi mago da libro fantasy. La tattica è semplice: lanciare noccioline (monkey nuts, comprate in una grande busta trasparente al supermercato per ottanta pence) fino a che non mi donino la loro fiducia, e dimentichino di tenere una distanza di sicurezza.
Uomini, donne, corvi: la strada più rapida per il cuore di ogni vivente è il cibo.
Tranne quando non lo è.
Oggi ne ho visti due belli grossi, e ho cominciato a preparare una strategica nocciolina; tuttavia i diffidenti hanno preferito volare via, e la nocciolina è finita nella tasca della mia felpa.
Felpa che ho svuotato ai controlli di sicurezza dell’aeroporto, in una vaschetta.
Dopo aver raccolto tutti gli altri indispensabili oggetti era rimasta solo quella perla marroncina a spezzare il grigio topo del fondo di plastica lucida del contenitore.
L’essere civili ha prevalso, e la nocciolina è finita nella tasca destra del jeans, dove sono solito tenere il cellulare.
Allacciamo le cinture di sicurezza.
Ruth, una hostess che sembra non avere più di sedici anni, ci dice che a bordo dell’aereo c’è un passeggero allergico alle noccioline, e di, gentilmente, evitare di consumare alimenti contenenti questo piccolo, tragico seme.
“Vostro onore, vi giuro che volevo solo fare amicizia con i cor…d’accordo, è meno umiliante: mi hanno mandato i nordcoreani per ucciderlo brutalmente, mi condanni a morte e non se ne parli più. Grazie vostro onore, gentilissimo.”

Stiamo per atterrare. Nuvole a bassa quota, nere, avanzano come draghi nel cielo azzurro del crepuscolo.
La prima luce irlandese che mi dà il benvenuto è un faro che brilla in mezzo al mare, riflesso della Venere nella notte.

Poolbeg.

Lettera 3

Confusione, caos, fretta.

 

Cara,

come quella canzone di Lucio.

Che pena che nostalgia
Non guardarti negli occhi e dirti un’altra bugia
Almeno non ti avessi incontrato…

E invece, nonostante tutto, sono felice di averti incontrato.

Con il tuo silenzio, a cui si sono intrecciate le parole di un’altra donna sul suo amato, Basquiat, mi hai fatto capire cos’è che il mio cuore è bravo a riconoscere come necessario da stringere forte a sé.

Dolore. O, meglio, un particolare tipo di dolore.

E’ un dolore da cui voglio salvare, è un dolore che, inconsapevole, porto anch’io dentro, è un dolore che mi affascina per il modo in cui viene celato agli occhi affamati della gente?
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Terza lettera (no, non C).

Tre incontri in pullman.

L’organista che rimanda alla libertà di un suonatore Jones, il minatore ed il vedovo.

L’organista del Devon, i nonni materni esiliati dall’Italia e poi dispersi tra le drammatiche selve inglesi, era diretto al guado dei buoi, dove uno svizzero che aveva acquistato una cappella tutta per sé gli aveva chiesto se volesse suonare l’organo antico che completava il luogo.
Il minatore, tornava a casa dall’aver comprato cibo per sé e sua moglie, la seconda.

“So dove andare a comprare la roba fresca: tocca, è ancora caldo”.

Amante dei viaggi, un ginocchio distrutto dal lavoro in miniera, decine di storie da posti umidi, aridi, congelati, bui; il riscatto a Malta. Ogni volta che parla del padre si fa il segno della croce.

“Dovresti scrivere un libro sulla tua vita!”
“Vengo dallo Yorkshire, metà del libro sarebbero parolacce”
“Fanculo i moralisti”.

Il vedovo che spesso vedo quando mi sveglio tardi. Coppola marroncina, una busta della spesa di Tesco, ogni mattina sceglie qualcuno di diverso con cui parlare.
Mia moglie prima di morire mi ha chiesto di mandare un regalo ed una lettera a Natale a tutti gli amici del bingo“, dice, prossimo all’emozionarsi.
Un’anima così bella non può che essere in un posto migliore“.
Ogni volta che lo vedo provo ad evitarlo, nonostante la cosa mi faccia sentire terribilmente in colpa.
Non sono pronto a tendere la mano all’Atlante di un simile dolore.

Non so se mi spaventi più perdere l’amore quando ormai è troppo tardi per ricominciare (penso sempre alla nonna d’una amica, tradita a settantacinque anni), trovare l’amore quando ormai è troppo tardi per vivere una intera vita insieme o non trovare mai l’amore.

Il vedovo, il minatore risposatosi a sessantanove anni con una compagna di bevute di gioventù, il musicista. Strani tarocchi.

 

Un tubercolotico ha raccontato di un’altra malattia nella mia città; l’eteronimia l’ho rubata ad un altro morto quarantasette anni dopo il suo anno di nascita.

A presto, Ananke conosce la data.

Lettera 2

Caro,

sacrificium, rendere sacro. È l’atto distruttivo ad avvicinare al divino, ad appagarne un bisogno od un vizio, un capriccio.
Oggi ho visto un cerbiatto sacro.
Steso per strada, di traverso alla carreggiata, a pochi passi dai campi dove ieri, dalla posizione privilegiata del secondo piano del pullman, avevo potuto contemplarlo mentre come uno dei fili d’erba mossi dal vento ondeggiava leggiadro tra cielo e terra, terra di cui portava il colore, cielo di cui portava la leggerezza.
La tempesta di ieri deve averlo spaventato e sospinto, foglia autunnale, lontano dai campi aperti, oltre le barriere, oltre il terrore.
Forse il suo levarsi dolcemente verso le mani inanellate della roboante divinità pluviale è l’atto che ha placato la tempesta.
Quanto al corvo, invece. Sulla sua schiena, maestoso, il becco rivolto in direzione del tramonto.
I consiglieri del dio delle tempeste, sempre in qualche modo associati alla morte, in quanto guide, custodi, conoscitori di segreti, anime dannate, anime sagge, sono tra i pochi animali, per quel che ne sappiamo ora, a comprendere l’idea di morte.
Quale migliore esploratore da mandare in perlustrazione dopo il diluvio?

ⵡⴰⵀⵔⴻⵏ la mia felina città, osserva affamato Kampala, in un duello che dura da un bel po’. Tensione eterna, in attesa di uno scatto che arriverà alla fine delle cose.

Non aver paura.

Tuo Emzì Dioeuf

 

Lettera 1

Sulla parete, una maschera ovale. 

Anelli concentrici di tessuto ne creano la pelle, l’intonaco giallino riempie le cavità vuote che ha per occhi. 

Senza muovere l’increspatura scura nel legno che ha per bocca, echeggia nella stanza. 

 

“Sai cosa puoi davvero controllare?”

Non attende una risposta; credo non riesca nemmeno a concepirne l’esistenza. 

Ѐ una maschera. Esemplifica, spiega, amplifica, racconta, nasconde, ma mai si accorge dei flussi verso se stessa. 

 

“Niente. Puoi raccontarti menzogne, puoi trovare spiegazioni, tracciare collegamenti tra i punti che incompletamente hai osservato, ma tutto questo avviene sempre dopo, dopo, dopo. Puoi solo scegliere se danzare nel mare aperto o dondolare molle in una baia riparata, ma dalle onde non puoi mai fuggire.”

 

Silenzio. Ho la certezza che mi stia leggendo dentro. 

 

“Sì, vorresti, o quantomeno avresti voluto che lei ti amasse, e vorresti investigare la questione a fondo, ma l’amore è una questione per ciechi, non per chi è attento ai dettagli.

Avresti potuto scegliere di non affondare il coltello sulla pelle quando l’hai conosciuta, avresti potuto rifiutare l’invito dei suoi occhi a stendere le reti per pescare parole verso le correnti più buie che ti attraversano. Ora, ora è troppo tardi per dirti che non t’importa nulla, è troppo tardi per qualsiasi cosa che non sia guardare oltre. Puoi solo indossare un ridicolo cappello da alchimista e provare trasformare questo catramoso tumore in…qualcosa.

Oro, poesia, metastasi, un cristallo capace di resistere allo scorrere delle cose.

Ovviamente, non hai alcun dominio sul processo, non ti è dato essere padrone della natura, e non hai alcun potere sul risultato della reazione, non stiamo parlando di chimica; tuttavia il solo ottenere qualcosa ti darà la possibilità di effettuare una nuova reazione, e se ne avrai il coraggio ancora altre diecimila.

Ѐ questo il segreto dell’alchimia, trovare equilibrio nel dinamismo, nell’eterno muoversi.

L’oro è semplicemente una carota sulla cima di un bastone.

Puoi seguirlo, o lasciarlo penzolare di fronte ai tuoi occhi, a ridacchiare beffardo di te che guardi le stelle.

Prova a sedurti dicendoti che quel luccichio è oro per stolti più stolti di quelli che si fregano le mani illudendosi ricchi nell’osservare la pirite brillare.

Cosa ne sa lui di cosa vuoi acquistare?”

 

Fu un segnale. Non conoscevo ancora né il mercante né la moneta, ma da quel momento sapevo che in un سوق‎ di questo caotico mondo c’era qualcosa ad attendermi.