Un flâneur minimalista (UFM-1)

Ho due nomi. Metà del mio Universo mi conosce con uno di questi due, l’altra metà (chi l’avrebbe mai detto?) con l’altro. Vale la pena riportarne nessuno.

Ho vissuto la prima ondata di COVID-19 in un altro paese.
Un paese con restrizioni meno severe, con strade più segrete e larghe, capaci di accogliere facilmente i deambulanti ripudiatori d’umano contatto, e le ampie tracce del loro curvilineo scartarsi.

Ora mi ritrovo a vivere la seconda ondata nella casa in cui sono cresciuto, che – e rimango sorpreso nel pensarne in questo modo – chiamare mia sembra esagerato. Trattenuto dalle elezioni, da un regista, da un dentista, dalle tempeste che mi dispiaceva abbandonare.
Trattenuto da molte cose, prima che il mondo facesse il trattenersi l’unica scelta sensata.
Viaggiare in questi giorni rappresenterebbe un insensato muoversi tra clausure.

Da ieri mattina siamo in zona rossa. Significa che la situazione è, pesantemente, critica. Ma questo già lo sapevate.
Significa anche molte altre cose. Tuttavia, il continuo mutare di restrizioni, imposizioni, informazioni, paradigmi e leggi m’ha dato allergia all’interessarmene.
Per coerenza di messaggio, per umanesimo, per coscienza, e per vaghi sentori, l’unica legge da rispettare m’appare uscire solo se strettamente necessario, e mai, mai, andare troppo lontano.
A marzo ero in America. In questi giorni oltrepassare il sacro confine dei 200 metri da casa m’appare un’esagerazione, un’aberrazione; un atto inaudito, e, forse, addirittura ignobile.

Da queste premesse, questo ‘progetto’.

Voglio cambiare il mondo. E adesso questo piccolo cerchio si prospetta e mostra come unico aspetto del reale. Cambiare il mondo, per le prossime settimane, equivale ad indurre un mutamento in questo circoscritta mappa. Percepirne gli orrori, le sue intime colpe e portare una comprensiva, gentile, assoluzione.
La strada che ho passato 25 anni ad osservare dalla finestra di camera è adesso l’importante continente di un nuovo, anomalo, cosmo; e i suoi invalicabili oceani son case.
Rinnovate geografie esigono nuove esplorazioni, richiamano opportunisti, avventurieri, nomadi.
Quello che è stato meramente spazio per raggiungere altro s’è espanso nel presente fino a totalizzarne l’ordito.

Stanotte ho provato a pensare intensamente, insistentemente, al cambiamento in questo posto.

E la realizzazione, triste, è che probabilmente ci siamo un po’ tutti arresi ad una sua idea di futilità.
Di ostilità, di transitorietà, di ineluttabilità dei suoi vuoti e dei suoi grigi.
Ci siamo arresi a pensare che piantare alberi possa disturbare i piani dei magnanimi spargitori di parcheggi. Ci siamo arresi a pensare che gli spazi comuni ci saranno eventualmente sottratti, e che rimpiazzare panchine piegate e piastrelle spezzate sia un esercizio urbanistico superfluo, vano: uno spreco di già limitate risorse. Ci siamo arresi a pensare che il colore, l’arte, la colletivizzazione e condivisione degli spazi, e delle esperienze, siano uno scandaloso abuso di quanto ha da essere di nessuno.

Ed ecco, l’idea di essere un flâneur minimalista, con un piccolo scopo.
Ogni giorno, il perdersi in una tenue esplorazione, ed il riportarne un centinaio di parole.

Uno spazio esiguo, minuto.
Da conoscere nuovamente.

E voi quanto sentite vostro il vostro ‘cerchio’?

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