Candore e rumore.
Cantichi e banditi.
Sette giacche, di sette colori
Ne indosserò una controvoglia
Se per mano proiettato
Sui ciottoli ascendenti
Della rocca rapace e dolosa
Cui si va per immolare il raccolto
Fuggire dai nuclei,
Dagli assedi nottilucenti
E su ponti con occhi assenti
Voltarsi alla sinistra
Le tempeste nella bottiglia
Sospiri durissimi di mosto e miele
Non scalfirono il vetro arreso
Che c’inebriò in riti inattesi
Nidificata in cenere della vergogna
E ambigui dolori pettorali
Nascosti tra i bianchi sepolcri
Fluttuanti fiochi come sacri sentieri per tarli
Per le strade, che tutti possano averne
E gemere, soffrire, sferzarsi
Senza offrire l’obolo d’un passo
Nello scadere aritmico del non ritorno
Di incertezze madreperlacee
Scagliate sulla riva dei passanti
Il collerico Nettuno in esibizione
Mette le sue piccole sculture
E ride compiacente e mesto
Nel vedere lutto, boia e scure
In maree e calli sui suoi infranti
Specchi
Ebbro, vile, di sottecchi
Ditina arpeggiare sul liscio
Osserva, e riprende animo
Di coraggio rinnovato splende
Tira indietro la sua risacca
Ogni monile si riprende
Pescatore avaro, pescetto stanco
Barche altalenanti gli manovrano di fianco
E fuoco! I loro cannoni pizzicano
Come fulgide zanzare le nebbie
Ma nulla trovano nel dipanare contratto
Si è snodato già il fiore
Ruota come asse di carro
Che non trova mina nel campo assolto
Ma solo un filo, di seta,
Pellegrino verso l’anelato sepolcro