Lettera 8

Caro Dot,

 

È una lettera di incipit. Le chiusure arriveranno col tempo. Non essere impaziente.

Sto piantando cartelli nel suolo; a breve traccerò i sentieri.

Un giorno, inventerò le destinazioni e il labirinto si schiuderà, come un fiore che smette di temere che il sole possa carbonizzarlo e comincia a meditare contemplandolo.

E i sentieri circolari si faranno retta, per poi proseguire, andare avanti, conquistare nuove terre e nuove rotte, chiudersi di nuovo in cerchi, e ripetere il processo, fino a riempire l’universo di questa vibrazione, una radiazione di fondo secondaria, oscillando tra il certo e l’ignoto, come molle elastiche perturbate, come capelli al vento, come il vuoto che va in processione dietro l’essenza, nel ciclo di dubbi e risposte; ogni cosa è un’onda.

 

Ogni fiore è la casa d’un kōan, ed è libero di appassire, di smettere di cercare una luce, solo quando trova una luce in sé.

 

Sui segnali quattro parole:

קואן


 

عدالة

 

அமைதி

 

Ricorda cosa leggemmo nel libro terzo sotto il sicomoro dalle foglie autolibranti:

 

D’eternità ci si muove

Tracciando una linea,

Seguendo visioni nuove,

Cambia il mondo, non l’idea

 

D’eternità si va arrancando

Tracciando un cerchio

Il passato scrutando

E vedendo mutato il vecchio

 

Come foglie di sicomoro il mio animo ha da ruotare fuoriosamente per tenersi sospeso oltre la linea del nulla.

La fame, la terribile fame di idee. La necrosi che si espande nel mio cuore se non passo ogni istante a combattere l’ondata di irrealtà che avanza.

“Nulla ha senso” è il sussurro che arriva, e ne sono pienamente cosciente, perciò è imperativo crearlo di continuo, rimuginare, fantasticare, ideare, distruggere, ma mai, mai, mai riposare. Si è ad un passo dallo scomparire in una nuvola di polvere, se si lascia andare la ricerca di un senso, l’unica forza che tiene compatti e uniti i miei frammenti.

Cominciò anni addietro.

Accovacciato sul marmo freddo, appoggiato con la spalla sinistra alla parete di legno su cui si apriva il balcone, gli occhi sulle mattonelle in cotto, le piante, il cielo scuro d’una tempesta. Il resto della famiglia in cucina, a mangiare. Lasciai aperta una porta, e il grigio provò a insinuarsi in me. Tentacoli mi tennero sospeso sopra un abisso, e cominciarono a dischiudersi, schioccando ritmicamente. Tutto smise di avere senso per eterni minuti. Ogni cosa una mera collezione di entità minori; e ogni attribuzione antropologica un’illusione, un costrutto, una falsificazione. Se non tengo chiusa la ferita in ogni istante con le dita, ogni parte di me comincia a zampillare fuori, la mia umanità emorragizzata attraverso lo squarcio e io smetto d’essere filtro al passaggio dello spazio e del tempo intorno a me. Cosmogonia delle seduzioni di divinità minori.

 

Il coprimaterasso è scivolato via da sotto il lenzuolo. Sono troppo stanco per raccoglierlo, rivoltare il letto e rimetterlo al suo posto.

Le molle, colonne del tempio, cavatappi per le mie giunture di cartilagineo sughero.

Ruotano, attratte da una stella oscura, ruotano e incidono bassorilievi tra le mie costole. Come dita cercano di aprirmi, di penetrarmi, di radicarsi alle mie ossa, finemente intagliate dalle molle scavatrici in bassorilievi con scene di guerra e apocalisse, per creare infine un abominio mezzo uomo e mezzo materasso.

 

Gli unici che non tollero sono quelli che odiano d’un odio che guarda dall’alto verso il basso. 

Non rubare, dissi a mio nipote che voleva farsi soldato; soprattutto la vita degli altri.

Cominciò con un non uccidere.

Come mangerò la vacca che ho così amorevolmente allevato per farne metronomo dei miei rapaci denti, senza prima immolarla al dio liquido che sputo con infallibile precisione quando le argomentazioni addotte dall’altro non sono, a mio modesto parere, convincenti?

Non uccidere chi ti somiglia nella creazione.

Ha i capelli rossi; è il segnale che avevo richiesto in preghiera per bagnare il mio strumento da pescatore d’anime in laghi di sangue?

Tagliò corto; un processo di prova ed errore, o prova ed inganno: questa è la legge, disse mio zio prima d’esser deportato, venduto per un pugno di rupie ed una pianta di more.

 

Nessun libro nero di rituali, nel giorno in cui mi sentii pronto. Ispirazione.

Il sentiero giusto e la tua canzone preferita nelle orecchie, gli occhi al cielo, le mani tremanti nascoste nelle tasche purpuree della felpa.

All’angolo grigio d’un hotel nascosta come t’è uso nell’ombra che indossavi, la treccia, rivo di vino giovane, offerta ai miei occhi e al vento èbbro, un fiore celato tra le mani. Una parte di me sperava che quella rosa ti pungesse, portandoti, sorpresa, ad esclamare qualcosa per il dolore, attirando l’attenzione dell’accrocchio di senzatetto nascosti dietro una palizzata metallica di lattine di birra intenti a chiudere sigarette.

La mia speranza non ha radici nella vendetta o nel sadismo; la visione è saperti di nuovo capace di accogliere la tua umanità, saperti capace di provare di nuovo dolore, e tutte le altre emozioni meno difficili da accettare. Pace nel mio animo portò il saperti amata; spero ci fosse, e ci sia, anche nel tuo.

 

Sono solo inizi. Niente rimarrà sospeso. 

In questo continuo l’inizio e la fine sono solo arbitrarietà, rivelazioni casuali di dadi elevati a profeti. Eppure c’è altro che devi sapere.

 

Eid Mubarak,

Emzí

 

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