Caro,
Il 7, Zajin.
Avrei voluto scriverti prima, ma ho passato giorni e giorni in riva al lago con la repulsione d’avvicinarmi ad una qualsiasi macchina inchiostratrice, dall’aratro veronese per le mie ragniformi dita
Se pareba boves alba pratalia araba albo versorio teneba negro semen seminaba
(non mi curo degli accenti, e per ciò ti chiedo di perdonarmi), al pianoforte schioccante da valigetta.
Poca ispirazione, e nostalgia delle gioie d’essere usati da una musa.
La musa m’usa. Cacofonia in blu, e Gershwin non ne sarebbe fiero. Il blu, di tristezza o di oftalmiche speranze, non acerba clorofilla in questa manifestazione.
La Klimtiana Flöge che attendo di vestire di Yeatsiani drappi, di luce, cielo, giorno, notte e albe e tramonti, e dalla cui poesia attendo di essere vestito.
Mi interrogavo su come contrarre “che attendo”. C’attendo? Kattendo? Funziona bene solo nel parlato ma più lo scrivo e più m’appare terribile. Glisserò.
Fili sospesi, come capelli da intrecciare, da tessere in nuziali coroncine, come quelle viste nei boschi druidici ornare il volto diafano di ninfe danzanti, aquiloni disorientati.
Li vedo oscillare, li accolgo tra le dita e ne impedisco il moto, fissando il riflesso della luce grave in una particolare topografia, geografie istantanee d’un mondo che come petrolio scivola via ricoprendo e soffocando ogni cosa; sono tesi ma lontani dal punto del dolore, sottratti al caos che li ordinava in turbolenti vortici.
Nel tumulto ero esploratore, ora sono colono, ladro di entropia e portatore di vita in luoghi prima dominati dal ciarlare afflitto e dalle opere di compositrici bruitiste, profetesse di Cibele e d’Artemide.
Il resto è polvere, come noi quando dopo esser stati impastati con gli sputi e messi a lievitare finiamo a nutrire l’eternociclica Gaia dall’insaziabile appetito.
Esistono giorni migliori di altri per far volare via delle ceneri? Ci son venti più gentili, venti più curiosi e impazienti di esplorare il mondo?
C’era un vecchio matematico nell’Arabia antica che cercava con perizia tra le nuvole della matematica una formula che descrivesse quale fosse il giorno migliore per non sprecarsi nel suolo (Sì) e abbandonarsi in forma di particolato atmosferico nell’abbraccio di Vāyu.
Il suo importante contributo, rivelato in un’opera da sei volumi con un nome maltradotto in latino da un abate frettoloso, è sintetizzabile con “Sarebbe meglio non morire”.
Via dal lavoro prima del solito, alle cinque, prima che arrivasse la bestia desertica a interrogarci su fedeltà e questioni frivole. La meteoropatia per il ritorno d’un dipingersi plumbeo del narcisista che nel mare si specchia mi rendeva insofferente al solo pensiero.
Il sole ancora levato nel suo palazzo di vetro anembico; la mia camera indossa una maschera emulante le tenebre, una spina dorsale con lunghe stecche per vertebre: aposemantismo per tenere lontani gli effetti del giorno su di me, falena.
Apro YouTube.
So dove cercare la dolcezza e la malinconia di cui ho bisogno ora.
Risonanza: le oscillazioni si amplificano fino a distruggere l’oggetto; in questo specifico caso, il cristallo d’ossidiana dell’inquietudine.
Eva Cassidy.
Nick Drake.
I Fairport Convention, e torno ad un nuvoloso, perfetto pomeriggio di un autunno di un paio di anni fa.
La voce di Sandy Denny a interrogarsi su quali siano le direzioni degli alvei per cui scorre il tempo, su quale ne sia la teleologia, se alcuna. Finalismo anatomico del fluire universale.
Il mare che istintivamente fluisce e si fa lingua tra labbra di roccia, e nella sua voce non v’è dubbio ma straziante certezza.
John Denver.
La sezione dei commenti di Take Me Home Country Roads è ora invasa da fan di Fallout impazienti per l’uscita del prossimo videogioco, nel cui trailer è presente; prima, invece, era un covo di vecchi nostalgici e amanti del folk.
Mi aveva sempre colpito la storia, letterariamente archetipica (il Man in Hole di Vonnegut), di una donna.
Non riesco più a trovarla, persa nel mare della palta (kipple) d’informazione.
L’inizio: da ragazzina ascoltava John Denver, e sognava di sposarlo, di essere amata da lui, di essere la musa ispiratrice delle sue canzoni.
Il dramma: il matrimonio con un uomo violento.
Il lieto fine: il trovare il coraggio di fuggire dall’orco, e il matrimonio con un texano innamoratissimo dagli occhi azzurri.
Una volpe attraversa una strada vuota e si disperde per i cespugli privi di succulente bacche smorzati dai lampioni di luce bugiarda.
Il folk. Creazione di un’epica. Non Tolkeniana mitopoiesi ma distillazione degli elementi astratti su cui si fonda la realtà, ricerca d’un λόγος.
In gioventù i miei scritti finivano sempre con la divinizzazione del protagonista, l’unica, monologante, entità presente tra le parole.
Le donne per Picasso: aut dee, aut zerbini. Come queste muse così ogni altra cosa, o si è eterni o non si è. La catarsi del nulla è il meccanismo eternizzante d’elevazione.
Creature abbandonate dall’universo e dai loro simili che finiscono in uno stato di deliquio; tuttavia la nebbia non è nella loro percezione: è nell’Universo in sé che si fa fluido, plasmabile, e loro sono capaci di inserirsi tra le stringhe delle cose e diventano parte del tutto cosmico. Così facendo possono dare inizio alla loro farsa da burattinai.
La trascendenza. A quanto che è umano bisogna rinunciare per avere in dono l’essere più umani?
Mi aveva suggerito un film ed un gruppo musicale. Ho atteso e li ho scartati per il mio compleanno.
Spero di ricevere presto tue parole e tuoi pensieri.
Soprattutto i secondi.
Tuo Emzí