Mi scrivo da un aereo per l’Irlanda.
Quando ci siamo alzati in volo da Stansted ho visto dei fuochi d’artificio in lontananza. Verde, giallo, rosso; la prima volta da quando sono in Inghilterra.
Terra di silenzi e assenze.
È la prima volta.
Viaggio senza qualcuno al mio fianco, senza qualcuno pronto ad accogliermi, o attendermi dall’altro lato.
Straniero, in terra straniera.
Questi vuoti sono paradossali, o forse no.
Meno so di essere causa di preoccupazione per qualcun altro, più la preoccupazione in me cresce. Che senso ha?, mi chiedevo inizialmente: nessuno da deludere, nessuno da lasciare senza mie notizie, con tutte le infinite proiezioni più o maggiormente tragiche che questo communication breakdown (inglesismo mutuato solo come inchino ai Led Zeppelin), nessun pescatore da lasciare alla deriva nella nebbia di me, creatura notturna accecata dalle lampare e perciò in perenne fuga tra grotte, scogli aguzzi, baie segrete.
La variabile nascosta si rivela essere l’ultima cosa che avevo preso in considerazione:
me stesso.
Non può farlo direttamente, ha davanti a sé tutto il resto del mondo in fila, e perciò deve trovare il modo di parlarmi.
Si avvicina alle lampare, facendo attenzione a non far insospettire uomini e donne di mare – non uno scricchiolio del legno, non un’eccitazione dell’orchestra equorea, e ci si mette a giocare facendo ombre cinesi.
È l’ombra che giunge ai miei occhi; ombra delle mie mani, plasmata come lo è l’argilla del colore del sangue antico da un artigiano.
Alzo il pannello che copre il finestrino.
Siamo in una nuvola blu.
Mi aspettano due notti in aeroporto.
Spero di trovarci qualche storia interessante (non datemi del neo-beat, per favore).
Vorrei chiudere qui questa pagina di diario, e scrivere l’ora come faccio di solito, ma c’è una nocciolina di troppo.
Facciamo un passo indietro.
Nel posto dove studio la fauna non manca.
Le domeniche, quando la gente e i suoi rumori sono ben lontani, si possono vedere saltellare tra le foglie d’erba leprotti, cerbiatti, pingui scoiattoli e persone disperate che cercano di convincersi a lavorare.
Ma laddove i mammiferi sono un dono per i giorni di quiete, la fauna avicola, forte delle sue capacità di fuga e disimpegno non si cela in alcun giorno; anzi, passa le ore a rumoreggiare vivace.
Fagiani, temerari guerrieri che beccano chiunque gli capiti a tiro quando hanno dei pulcini da difendere, colombacci, la versione grassa e posh dei piccioni cittadini, corvi, cornacchie.
Forte della conoscenza della capacità dei corvi di ricordare i volti umani e di assegnarvi un’idea, positiva o negativa, ho decidso di farmeli amici, proprio come la versione un po’ dark di una principessa Disney o qualsiasi mago da libro fantasy. La tattica è semplice: lanciare noccioline (monkey nuts, comprate in una grande busta trasparente al supermercato per ottanta pence) fino a che non mi donino la loro fiducia, e dimentichino di tenere una distanza di sicurezza.
Uomini, donne, corvi: la strada più rapida per il cuore di ogni vivente è il cibo.
Tranne quando non lo è.
Oggi ne ho visti due belli grossi, e ho cominciato a preparare una strategica nocciolina; tuttavia i diffidenti hanno preferito volare via, e la nocciolina è finita nella tasca della mia felpa.
Felpa che ho svuotato ai controlli di sicurezza dell’aeroporto, in una vaschetta.
Dopo aver raccolto tutti gli altri indispensabili oggetti era rimasta solo quella perla marroncina a spezzare il grigio topo del fondo di plastica lucida del contenitore.
L’essere civili ha prevalso, e la nocciolina è finita nella tasca destra del jeans, dove sono solito tenere il cellulare.
Allacciamo le cinture di sicurezza.
Ruth, una hostess che sembra non avere più di sedici anni, ci dice che a bordo dell’aereo c’è un passeggero allergico alle noccioline, e di, gentilmente, evitare di consumare alimenti contenenti questo piccolo, tragico seme.
“Vostro onore, vi giuro che volevo solo fare amicizia con i cor…d’accordo, è meno umiliante: mi hanno mandato i nordcoreani per ucciderlo brutalmente, mi condanni a morte e non se ne parli più. Grazie vostro onore, gentilissimo.”
Stiamo per atterrare. Nuvole a bassa quota, nere, avanzano come draghi nel cielo azzurro del crepuscolo.
La prima luce irlandese che mi dà il benvenuto è un faro che brilla in mezzo al mare, riflesso della Venere nella notte.
Poolbeg.